Roma, venerdì 24 dicembre 1943
Il maggiore Luigi Mari si illuminò nello specchio alla luce fioca della lampadina penzolante dal soffitto. Si scrutò nell’immagine riflessa: le occhiaie profonde marcavano le consapevolezze di una nottata agitata e confusa, il viso smagrito si raggrinziva nel reticolo di rughe recenti e sintomatiche, i capelli scuri ricadevano sulla fronte scomposti e lunghi per la forzata assenza dalla barberia militare. Con manciate di acqua fredda rimosse le ultime incertezze dell’ora antelucana, e iniziò a radersi.
Mari da tre mesi era al comando della “Banda Castelli Lazio Sud”, raggruppamento del F.M.C.R. – il Fronte Militare Clandestino di Resistenza - operativo in un territorio vasto e contiguo al fronte meridionale di guerra. Nell’organizzazione di resistenti - ufficiali e graduati e soldati provenienti da tutte le armi e corpi militari - lui aveva mantenuto anche il ruolo di ufficiale di collegamento con le intelligence alleate, soprattutto con lʼO.S.S. americano. Era questo un rapporto originatosi durante la lunga missione presso il quartier generale germanico per il fronte orientale a Berlino: sospinto dalle amarezze per i disastri umanitari arrecati dalle vicende belliche lui si era affiatato con altri ufficiali dissidenti, tedeschi e italiani, aveva partecipato a riunioni clandestine, aveva incontrato agenti di nazioni nemiche, nel nome di una alleanza contro la barbarie del nazismo e del fascismo.
Là aveva perfezionato la padronanza della lingua tedesca, che aveva studiato e praticato sin dagli anni della frequenza della Accademia di fanteria e cavalleria di Modena. Anche a ragione di questa personale caratteristica i commilitoni gli avevano chiesto di prendere parte all’operazione pianificata nelle ultime settimane proprio per quel giorno, la Vigilia di Natale.
Mari sfregò ancora la lama del rasoio sulla coramella. Avvicinandosi allo specchio adocchiò la vista riflessa di una piena vigoria mantenuta grazie sia ai trentanove anni di età, sia all’immancabile quotidiano esercizio fisico, abitudinaria attività di un buon soldato.
«Se ci sarà da menare le mani…» inspirò profondamente gonfiando il torace «ci sapremo difendere!» barbugliò, convinto come era della validità del piano di azione.
Da quando era iniziata l’occupazione di Roma la scarsezza di disponibilità di derrate alimentari era divenuta settimana dopo settimana una condizione vieppiù drammatica per tutta la popolazione della città, e ben oltre.
Il sistema di razionamento in vigore era stato inasprito dalle significative riduzioni delle quantità acquistabili, come i romani apprendevano dai frequenti e funerei bandi affissi ovunque. Ogni cittadino riceveva in assegnazione una tessera annonaria, una carta delle razioni, nominativa e colorata a seconda delle fasce di età, con bollini o tagliandi stampigliati per i diversi alimenti e anche per molti generi di conforto come il sapone, il carbone o le sigarette. Inoltre, anche le rivendite autorizzate si andavano riducendo per la stretta vigilanza ispettiva da parte delle autorità cittadine e delle polizie.
La fame attanagliava le giornate di chiunque e coloro che più ne soffrivano erano i bambini, gli anziani, le donne, i convalescenti, gli sfollati, i rifugiati nascosti, i pretesi disertori delle forze armate repubblicane. Al contrario, , solamente pochi, davvero privilegiati, erano in condizione di affrontare la spesa alimentare nello spregevole mercato della borsa nera: ciò sia per l’esosità di chi lo promuoveva, sia per i seri rischi di incorrere nelle sanzioni dettate dall’amministrazione nazista e fascista.
Mari frizionò la rasatura profonda e liscia con la lozione all’eucaliptolo, penultimo dei flaconi ricevuti in un cofanetto di frassino a Berlino, un elegante dono di congedo. Continuò a prepararsi con cura meticolosa, sebbene non gli andasse a genio l’identità assunta in virtù dei documenti contraffatti ad arte dal fidato Orlando, tipografo azionista a via del Governo Vecchio: per tutti risultava essere il dottor Ettore Biani, contabile diligente e invalido civile per un difetto cardiaco, leggermente claudicante e sempre con abiti dimessi e trascurati per il celibato irrimediabile.
Ripensò a quanti tentativi le variegate componenti della resistenza avessero architettato, preparato, tentato e persino eseguito per aggirare, frodare, scassinare, sabotare, turlupinare, distruggere l’iniquo scellerato apparato del razionamento. Nessuno e nulla erano riusciti nell’impresa di scalzare e fugare la fame dalla città e dal contado. Viceversa le risorse poliziesche degli occupanti e della sbirraglia del deposto regime avevano conseguito arresti, sequestri, devastazioni, torture, esecuzioni, in una parola tutto quanto potesse produrre fiaccamento dei resistenti e financo dei dissidenti.
Perciò, alcuni giorni prima, l’ultima domenica di Avvento, Mari aveva accolto con entusiasmo la proposta del nuovo piano di azione che quella sera lui e i compagni d’arme avrebbero tentato di attuare.
«E dovremo anche essere grati al lavorio sotterraneo della Guardia di Finanza» confessò rivolto allo specchio nell’angusto vestibolo della casa all’ultimo piano di via Lombardia «chi mai lo avrebbe immaginato qualche anno fa?»
Afferrò una borsa di cuoio gonfia di incartamenti, richiuse con lunghi chiavistelli la porta dell’appartamento - covo o rifugio o nascondiglio o che altro fosse ormai da settimane –, premette la pulsantiera e alcuni istanti dopo dalla grata a maglie di ferro si infilò nella porta a due ante dell’ascensore.
Mari scese dal tram scarsamente affollato a quell’ora di tarda mattina. Al centro del largo asse viario la fermata era stata collocata pressoché in corrispondenza dell’ingresso principale della monumentale torreggiante costruzione a due piani. Le facciate di colore ocra chiaro riflettevano la luminosità dell’azzurro cielo romano e di un timido sole da primo inverno.
Dinanzi alle tre grandi aperture di ingresso giovani sentinelle in divisa grigioverde sostavano armati di moschetto ed elmetto: qui campeggiava l’insegna in travertino “Comando Generale della Guardia di Finanza” e quella di dimensioni minori “Museo storico della regia Guardia di Finanza”.
Il piantone di turno controllò il documento di identità esibito da Mari e sollecito gli indicò il percorso da seguire per raggiungere l’ufficio del capitano Nestore Onzianegra.
«Salga al primo piano, dottor Biani, poi segua le indicazioni per “Ufficio di segreteria particolare del Comando Generale”» restituì il documento e sbuffando inarcò le sopracciglia «se avrà difficoltà chieda ai militari in servizio al corridoio.»
Zoppicando, Mari salì lemme lemme l’imponente scalone marmoreo, imboccò il corridoio e la direzione indicata da una targa di ottone. Nessun militare si curò di lui, le porte per lo più aperte mostravano scrivanie deserte con cumuli di fascicoli, in una stanza un capannello di sottufficiali in uniforme colloquiava rumorosamente.
«Vigilia di Natale, mah…» borbottò tra sé.
«Dottor Biani, venga…venga» a una ventina di metri il capitano Onzianegra sulla soglia di un ufficio con voce secca e formale chiamò Mari con il nome di copertura. L’uniforme stazzonata accentuava al primo la esilità della corporatura, il volto squadrato e lo sguardo penetrante ne denotavano il carattere volitivo e tenace. Entrambi avevano agito di concerto innumerevoli volte, anche ben prima dell’otto settembre, entrambi ricoprivano ruoli importantissimi nella complessa, difficile, rischiosa gestione del F.M.C.R., entrambi avevano dato prove di coraggio e attitudine alla guerra di resistenza.
Nella stanza disadorna, per quanto ordinata, spiccavano alle pareti una foto a mezzobusto di Vittorio Emanuele III e una serie di attestati e riconoscimenti recanti lo stemma turrito della Guardia di Finanza.
«Buongiorno, dunque, ci siamo!» il dottor Rino Svebia si alzò di scatto dalla sedia dinanzi alla scrivania «sembra tutto collimi con il nostro piano!»
Aveva la voce rauca, palpitante per l’emozione. Corpulento e tarchiato, affabile ed elegante, da navigato giornalista collaborava alle svariate testate clandestine sostenitrici della resistenza, aveva relazioni ovunque nella carta stampata, così anche all’EIAR, la radio statale, e con i colleghi dell’Agenzia Stefani, organo portavoce del regime fascista ora migrato al settentrione al servizio della neonata Repubblica Sociale Italiana. Anche lui era molto attivo nel F.M.C.R.: da ultimo si era prodigato con abnegazione in alcuni tentativi di boicottamento del razionamento alimentare, purtroppo senza conseguire risultati apprezzabili se non l’attenzione degli sgherri di polizia e dei delatori, nonché il suo arresto insieme ad alcuni altri fiancheggiatori, tutto di breve durata per buona sorte.
«Lo spero, davvero» la risposta telegrafica e il cenno di saluto di Mari gelarono l’ottimismo del giornalista «perciò ci imbarchiamo in questa operazione con gli uomini migliori.»
Mari nutriva da sempre un’insormontabile diffidenza nei confronti del giornalista: a questo rimproverava la comunanza di molte opinioni con individui di incerta idealità, di dubbia lealtà politica, di fumose visioni demagogiche: un nome per tutti era Guglielmo Giannini, che lui stesso, con rigore intransigente, aveva desiderato rimanesse estraneo sia alle relazioni di intelligence, sia alle pianificazioni operative della resistenza.
«Maggiore Mari, lei è l’ufficiale superiore al comando dei militari impegnati stasera» il capitano Onzianegra sedette alla scrivania dinanzi ai due visitatori, la voce smorzata da un velo di impazienza.
«La ringrazio, ma sono i suoi uomini a garantire la fattibilità e la sicurezza della nostra azione» replicò Mari con tono garbato «può dirci se ci sono novità dell’ultima ora? Da quanto ho appreso alla radio…»
«Perdoni la precisazione» il capitano aprì la cartella sottomano e ne estrasse un foglio «ho qui il fonogramma ufficiale diramato dalla Santa Sede: “il radiomessaggio di Sua Santità Pio XII ai popoli del mondo intero sarà irradiato dalla emittente vaticana alle ore diciassette”.»
«Giungerà in diretta in tutte le case degli italiani» commentò il giornalista «e nelle chiese dove sarà celebrata la funzione della Messa di Mezzanotte, sarebbe per meglio dire la Messa dell’Angelo, considerata l’ora.»
Mari si protese verso la scrivania allungando lo sguardo a quel fonogramma.
«Quindi, lʼObersturmbannführer Kappler ha vinto la schermaglia contro il suo Generalleutnant Mälzer» amaro sarcasmo colorò la conclusione «il rispetto del coprifuoco, innanzitutto, soprattutto…»
«Esattamente» Onzianegra lo interruppe di nuovo «come ogni giorno il coprifuoco inizierà oggi alle ore diciannove e terminerà la mattina di Natale alle sei.»
«Dovremo anticipare lʼinizio delle attività» chiosò Svebia in tono preoccupato «e non di poco… almeno di quattro ore rispetto alla nostra previsione. Un bel rischio!»
Mari annuì, il capo chino, concentrato in un turbinio improvviso di conseguenti valutazioni.
«In compenso, ho eccellenti notizie sulla sorveglianza tedesca» il capitano batté il pugno sul tavolo, strizzò gli occhi con una smorfia di soddisfazione «l’Opera nazionale dopolavoro inaugurerà oggi pomeriggio la “Befana del soldato”!»
«Mi permetta, capitano, non capisco» lo stupore del giornalista contagiò anche Mari «noi non…»
«È subito detto» ribatté Onzianegra «leggo testualmente “l’esercito repubblicano che sorge sentirà intorno a sé la riconoscenza del popolo lavoratore. Accomunati a questi sentimenti di fraterna solidarietà saranno i camerati germanici che sul nostro suolo combattono l’odioso nemico,»
«Ciò potrebbe favorire…» azzardò Mari, lo sguardo illuminato dalla novità.
«Giusta intuizione, maggiore» il capitano precedette ogni ulteriore enunciazione di ipotesi «il presidio germanico che tanto ci preoccupava non ci sarà! Ho concordato con il comandante di quel reparto delle S.S., lʼ Hauptsturmführer Rechmann, nuovi turni di sorveglianza armata: dal pomeriggio saranno presenti unicamente militari della Guardia di Finanza, nessun altro fino al giorno di Santo Stefano.»
«Lei… lei anche ci sarà?» domandò Svebia sottovoce, timidamente.
«Non è opportuno, tantomeno necessario» Onzianegra rispose fulmineo, come avesse previsto quella domanda «preferisco rimanere qui al comando, controllare la sala radio e i telefoni, reagire a qualsiasi evenienza per scongiurare possibili rischi.»
Mari tamburellò sulla scrivania, approvando ancora una volta la tattica responsabile del capitano.
«Aggiungo soltanto un’informazione» continuò questo in tono deciso «ho selezionato uno ad uno i finanzieri in servizio più tardi: li conosco personalmente, ne conosco la lealtà e il giudizio sul fascismo e sui germanici. Garantisco il rispetto di tutto il plotone alla consegna ricevuta e l’osservanza degli ordini da parte del comandante di giornata, il maresciallo Pilosu, un brillante sottufficiale sardo, capace e testardo, ma stimato e rispettato.»
Il capitano Onzianegra si alzò, così fecero Mari e Svebia. I tre scambiarono uno sguardo complice e soddisfatto, quindi si abbracciarono: sui volti il sorriso consapevole dell’importanza dei loro propositi, dell’azione partigiana organizzata, della probabile soluzione alla fame di Roma e del suo popolo.
Mari, il dottor Svebia e altri tre uomini si ritrovarono alle diciassette in punto dinanzi alla saracinesca abbassata dell’officina Graziani in via Savoia. In strada era già annottato, ma nessuna luce filtrava dall’interno. Mari bussò nel modo convenuto, attese ancora finché avvertì il rumore dello scorrimento dei paletti di chiusura, poi sollevò la serranda.
L’anziano signor Graziani vestiva ancora la tuta da meccanico, una volta azzurra e ora bisunta di grasso e chissà cos’altro.
«Grazie per avermi evitato lo sforzo, dottor Biani» ridacchiò e si schiarì la voce catarrosa «siete puntualissimi. Venite e richiudiamo per bene, mi raccomando…»
Entrarono e alla debole luce di una lampada a petrolio scorsero un individuo chino sul muso alto di un grosso automezzo telonato.
L’uomo terminò il suo compito - i controlli e i rabbocchi dei livelli di acqua e olio - e rimosse l’asta di sostegno alle ante ripiegate del cofano dell’autocarro, un robusto Fiat 621. Calcò con le mani le doppie cerniere per verificarne la chiusura, iniziò a strofinare le mani per ripulirsi da morchia e polvere.
«Sono l’ingegnere Stirafi e sarò il vostro autista. Ora il nostro veicolo è tutto a posto» esclamò soddisfatto della verifica «e allora iniziamo a caricare le casse.»
Precedette tutti gli altri e si diresse sul retro, nel magazzino dei ricambi: su alti scaffali metallici erano in mostra carburatori, spinterogeni, freni a tamburo e infinite scorte di bulloni, ingranaggi, ganci e latte di lubrificanti. Negli stretti corridoi tra le fila di quelle scansie, in fondo al locale cumuli di verdi teloni coprivano quarantotto scatoloni, tutti con identica stampigliatura su ogni lato: CARTIERE DI FABRIANO.
Transitare per la tranquilla stretta via Savoia non avrebbe comportato particolari rischi di imbattersi in posti di blocco. Diversamente, a partire dalla svolta in viale regina Margherita e proseguendo ancora in rettilineo su viale Liegi l’importanza e la larghezza dell’arteria accrescevano il rischio di controlli. Perciò Mari aveva disposto che almeno ogni cento metri stazionasse all’ora convenuta un partigiano, se possibile accompagnato da una donna o da un ragazzino, pronto a segnalare al transito dell’autocarro l’eventuale approssimarsi a postazioni di militari germanici o di fascisti, poliziotti o miliziani che fossero: in tal caso le vedette avrebbero sventolato un fazzoletto bianco dal ciglio del marciapiede.
Stirafi guidò a velocità molto bassa, accanto a lui sia Svebia, sia Mari aguzzarono la vista a sorvegliare entrambi i lati dello stradone. Quest’ultimo riuscì a riconoscere alcuni ufficiali e sottufficiali del F.M.C.R., poco meno di una decina: osservò i camuffamenti, gli espedienti per confondersi, e sorrise notando anche una estemporanea coppia, un graduato con la moglie, spingere una carrozzina per neonati. Pensò che quasi tutti fossero ignari delle ragioni della presenza loro richiesta e, soprattutto, di cosa sarebbe stato trasportato e protetto con eccezionale cura. Neppure i tre militari seduti su due panchette nel cassone posteriore dell’autocarro ne erano al corrente: nondimeno il sottotenente Eugenio Pierdominici, il maresciallo Amedeo Venuti, il sergente Roberto Gentili si erano già distinti in fronti di guerra, avevano partecipato a sortite e attentati, da ultimo alla ferrovia suburbana a Frascati.
La cura della segretezza dell’azione fin nei dettagli era stata massima: del resto la compartimentazione delle informazioni era non solo a tutela della riuscita della missione, ma anche a garanzia della difesa dei presenti da possibili accuse di complotto, correità, banditismo e quant’altro generato dalle mentalità aguzzine della Gestapo e della milizia, se non della polizia fedele al regime.
Mari rammentava bene la genesi dell’azione.
Pochi giorni prima, alcuni rappresentanti della resistenza si erano ritrovati con lui alla tipografia Aurora in vicolo della Pasta: il titolare, un fervente socialista matteottiano, aveva spiegato che unica causa dei fallimentari tentativi di sabotare la struttura del razionamento con la falsificazione delle tessere annonarie era attribuibile alla carenza del supporto cartaceo di queste: le carte originali erano stampate su fogli di carta filigranata di ottima fattura e complessità, tanto che qualsiasi prova di imitazione aveva comportato il riconoscimento della contraffazione da parte dell’amministrazione fascista e degli occupanti.
Era stato il tipografo a suggerire la necessità di procurare quantitativi di quella carta filigranata originale: sfortunatamente, aveva dimenticato che era prodotta esclusivamente dalle Cartiere di Fabriano, ben sorvegliate e in territorio occupato dalle truppe germaniche, irraggiungibili comunque per un colpo di mano. Tuttavia, la rinunciataria rassegnazione dei presenti era stata spazzata via dalla proposta del capitano Onzianegra.
«Non demordiamo, signori!» in tono autoritario aveva tacitato ogni brontolio «il deposito delle scorte in filigrana per cartamoneta, bollati e stampati si trova presso lʼIstituto Poligrafico in piazza Giuseppe Verdi a Roma…»
Si era interrotto per ottenere che il silenzio imposto mutasse in attento ascolto.
«Siamo noi della Guardia di Finanza a provvedere alla sorveglianza armata» aveva proseguito impettito «di concerto con reparti germanici, di solito un plotone delle Waffen-SS, che ci concedono l’organizzazione dei turni e delle dislocazione di piantoni e sentinelle, in una parola il comando effettivo dunque.»
«Ergo, avremo questa maledetta carta filigranata!» era sbottato entusiasta il tipografo.
«Vivaddio!» aveva esclamato Mari con intonazione ilare «mi sta frullando in mente una sorpresa, una grossa sorpresa per gli affamatori di Roma, Castelli Romani e dintorni…»
La sua proposta era stata semplice, lineare, attuabile, soprattutto sorprendente: era stata accettata senza obiezioni, in pieno accordo, almeno per una volta.
Una ditta fidata sulla via Tiburtina avrebbe confezionato scatoloni identici in tutto a quelli conservati nella stamperia nazionale, al Poligrafico: indistinguibili grazie alle stampigliature imitate, riempiti con carta comune per uguali peso e dimensioni, sarebbero stati stipati nello stesso magazzino al posto degli originali contenenti la carta filigranata autentica. Così la resistenza ne avrebbe ottenuto un quantitativo enorme e utile per stampare, grazie a cliché imitati ad arte, ben cinquecentomila tessere annonarie: un numero sorprendente da distribuire e utilizzare ovunque possibile per scardinare i meccanismi dei razionamenti alimentari. L’amministrazione di regime e la vigilanza degli occupanti avrebbero impiegato settimane, se non mesi, a comprendere quanto accaduto, e ancor più tempo avrebbero impiegato a cambiare il sistema di razionamento. Nel frattempo, con ogni probabilità, la popolazione avrebbe ottenuto più cibo e beni di conforto, le truppe alleate avrebbero sfondato il fronte difensivo germanico e vittoriose avrebbero liberato Roma e i romani.
Alla frenata dell’autocarro dinanzi al numero civico quattro di via Bellini, ingresso secondario carrabile del vasto complesso quadrilatero sede dellʼIstituto Poligrafico, balenarono lampi di torce agitate oltre l’imponente cancellata ferrosa da sentinelle armate.
Mari scese per primo dal FIAT 621, balzando a terra dallo sportello e alzando le braccia.
«Maresciallo Pilosu!» strillò all’istante «vi consegneremmo la merce delle Cartiere di Fabriano, aprite…»
I bagliori delle torce si incrociarono, puntarono a terra, illuminarono il volto squadrato e teso di un finanziere graduato.
«Sono Pilosu, venite avanti» il grido di rimando fu imperioso «fatevi identificare, avanti!»
Una sentinella aprì il passo d’uomo a lato del varco carraio.
«Sono il dottor Biani» sussurrò Mari porgendo alcuni documenti al maresciallo «ho qui le bolle di trasporto che vi occorrono per…»
«Non servono ora, ho ricevuto le istruzioni dal signor capitano» l’aitante sottufficiale rispose sottovoce, ora in tono rispettoso «procedete pure alla consegna dei colli e al trasbordo che sapete.»
Quindi, si scansò dal passo carrabile e alzato un braccio ordinò ai piantoni:
«Aprite e fate passare, indicate al camionista la discesa e la piazzola di carico» agitò la mano rivolto all’autista affinché procedesse «fate attenzione tutti e sbrighiamoci.»
L’autocarro avanzò una ventina di metri in lieve pendenza, poi con accorte manovre fu parcheggiato con la sponda del cassone dinanzi all’ingresso di quello che appariva essere un deposito di merci. I militi della Guardia di Finanza si ritirarono all’interno del palazzo, altre tre sentinelle richiusero la cancellata e ripresero a sostarvi dinanzi in un’incerta oscurità.
Mari osservò i movimenti e l’ordinata disposizione dei suoi uomini nell’avviare un passamano degli scatoloni da scaricare. Anche il dottor Svebia e l’ingegner Stirafi si unirono alla catena, mostrando sia una presa sicura, sia una proficua coordinazione.
Quindi, varcò la soglia del monumentale portone blindato a doppia anta di accesso a un largo corridoio, questo illuminato a giorno da doppie serie di fredde lampade al neon. Altre porte blindate erano disposte sui due lati del passaggio: una era spalancata, la placca sul muro indicava “Deposito IP 13 – Filigrane Cab”. Entrò attento a non ostacolare il transito del passamano, lento e costante: il locale quadrangolare aveva ripiani in muratura, molti occupati da numerosi scatoloni.
Mari sorrise compiaciuto mentre constatava la perfetta identità di quelle scorte con i colli appena trasportati.
«Dottor Biani, Biani» la voce strozzata sorprese Mari e gli indaffarati compagni d’arme «presto! Presto…»
Dall’ultima porta in fondo al corridoio il maresciallo Pilosu corse loro incontro, trafelato e lo sguardo atterrito.
«Diamine, maresciallo!» Mari gli andò incontro «che accidenti succede?»
L’altro si appoggiò con la mano al muro, si tolse il cappello, soffiò tremante.
«All’ingresso principale su piazza Verdi ci sono le S.S.…»
Mari indietreggiò un passo, disorientato dall’imprevisto.
«Si calmi, Maresciallo!» comandò con tono fermo «spieghi che sta succedendo… non dovevamo trovare tedeschi.»
«È squillato il telefono di là, nel locale del corpo di guardia. Era dalla portineria il sergente Roppolo» Pilosu schiarì la voce «è arrivato un maresciallo delle S.S. e con lui quattro soldati in tenuta di guerra, elmetto, bombe a mano, fucili mitragliatori imbracciati…»
«Alla Vigilia di Natale!» Mari allargò le braccia «una ronda? Un’ispezione?»
Si trattenne dall’aggiungere l’ipotesi assolutamente concreta che avessero ricevuto una soffiata, la delazione di un traditore.
«Secondo il sergente, per quanto possa avere capito, vogliono fare un giro di controllo» Pilosu sospirò afflitto «un controllo guidato da chi comanda stasera il turno di vigilanza… da me!»
Mari lo osservò mortificato com’era, abbattuto dal rischio inatteso: una valutazione immediata scatenò in lui un turbinio di congetture e riflessioni, una matassa di ipotesi, un groviglio di immaginarie conseguenze. Poi, decise che fare.
Mari avanzò sicuro nell’ultimo corridoio verso il grande atrio, giudicò piuttosto stretti gli stivali, nondimeno di questi ne risuonò la cadenza militare e un’eco amplificata. All’arco di ingresso allisciò la giubba con i bottoni argentei, aggiustò la bandoliera a tracolla e controllò la chiusura della fondina con la pistola di ordinanza.
Aveva escogitato lo scambio di persona con il maresciallo Pilosu, aveva indossato la sua uniforme e avrebbe finto di essere il più alto in grado dei militari presenti. In men che non si dica lui aveva effettuato il cambio di abiti e identità, a sua volta per seguirlo dappresso il finanziere aveva indossato la divisa del caporale Benvenuti. Nel mentre, tutti gli altri in borghese si erano rifugiati e nascosti nel deposito degli sfridi di carta per il macero, dopo avere eliminato ogni traccia del loro passaggio, e richiuso teloni, sponda e sportelli dell’autocarro.
«Herr Oberscharführer, zu Befehl» sugli attenti Mari salutò militarmente «Maresciallo Biani ai suoi ordini.»
«Sie sprechen also meine Sprache, herzlichen Glückwunsch» la meraviglia ravvivò lo sguardo del tedesco «così lei parla la mia lingua, complimenti.»
«Vielen Dank, ich habe die deutsche Sprache zu Ehren unserer tapferen deutschen Kameraden gelernt» Mari sorrise soddisfatto per la recitazione «grazie mille, signore, ho imparato la lingua tedesca in onore dei nostri valorosi camerati tedeschi.»
«Sehr gut, vielen Dank. Mein Name ist Gerhard Dollmeyer» in tono formale, sebbene cortese il maresciallo ricambiò la presentazione «molto bene, grazie. Mi chiamo Gerhard Dollmeyer.»
Mari considerò come il colore grigio-campo bruno del pastrano accentuasse il profilo di magrezza dell’altissimo militare germanico, al quale attribuì un’età intorno ai quaranta anni. Osservò il viso ossuto, la carnagione chiara, ma pallida, i capelli più che biondi intravisti dal cappello e dedusse una probabile condizione di disagio, forse di sofferenza, forse di sconforto. Provò ribrezzo a rivedere le mostrine sul colletto con la doppia runa Sieg e il teschio al centro del cappello sulla visiera, fino a notare le bordature in verde indicative dell’appartenenza ai servizi di sicurezza.
«Biani, lei può immaginare il motivo della mia presenza qui?» Dollmeyer lo fissò con un piglio inquisitore «siamo alla Vigilia di Natale, non è così?»
«Herr Oberscharführer, in effetti non attendevamo una vostra visita…» Mari si stupì della risposta tutt’altro che menzognera «il mio superiore mi aveva informato della decisione del Hauptsturmführer Rechmann di non affiancarci nella sorveglianza dell’istituto oggi e domani…»
«Ja, ja, so war es bis heute Abend» brontolò seccato il tedesco «certo, è stato così fino a stasera. Ero andato alla festa con i camerati italiani, là ho ricevuto l’ordine di effettuare alcuni controlli, il tempo di radunare gli uomini e organizzarci, ed eccoci qui…»
«Capisco. Quindi, come desidera procedere?» Mari pensò nuovamente alla probabilità di un informatore «vuole che informi il mio superiore?»
«Nient’affatto, maresciallo!» Dollmeyer prese una sigaretta da un astuccio d’argento, la ribatté sul coperchio, fece scattare l’accendisigari ottonato e aspirò «non intendo sopportare una seconda attesa!»
«Mi scuso, Herr Oberscharführer» Mari comprese la ragione di quel tono indispettito «ordini pure come desidera procedere. Naturalmente tenga conto della vastità di questa sede.»
Poi preoccupato per l’irritazione del tedesco, scambiò uno sguardo con Pilosu, che aveva ascoltato tutta la conversazione, sebbene a doverosa distanza di qualche passo.
«Maresciallo, mi stupisce che ancora non mi abbia rassicurato» il tedesco soffiò verso l’alto uno sbuffo di fumo, denso quanto i suoi dubbi «trovo insolito che non mi abbia garantito di non avere nulla da segnalare…»
«Herr Oberscharführer, non vi è nessun motivo di rassicurazione» ribatté in tono deciso Mari «tantomeno sussiste la necessità di ribadire come tutto sia sotto controllo, in totale ordine e sicurezza. Diversamente, nel farlo compirei una mancanza di rispetto nei suoi confronti.»
Il tedesco piroettò sui tacchi degli stivali, spense a terra la restante metà della sigaretta e alzò la mano verso i suoi soldati.
«Maresciallo!» sbraitò alzando la voce «Cosa vuole dirmi? Haben Sie Angst, mich zu beleidigen? Si preoccupa di offendermi?»
«Al contrario, Herr Dollmeyer, al contrario» Mari alzò le mani al viso «i suoi superiori e lei avrete avuto buone ragioni per questo controllo, verifica o ispezione alla Vigilia di Natale: non compete a me e alla Guardia di Finanza, che qui rappresento, conoscerle, valutarle, giudicarle.»
Il tedesco annuì sospirando.
«D’altra parte, se posso…» proseguì Mari «lei ha già constatato come qui sussista una situazione completamente normale e in piena sicurezza: l’ingresso è ben sorvegliato, gli accessi sono controllati e verificati, le comunicazioni interne funzionanti ed efficienti, le ronde di controllo in esecuzione, tant’è che io stesso vi ero impegnato, i sistemi di allarme dove presenti sono collaudati e attivi.»
Dollmeyer lo scrutò di sottecchi, un ghigno increspato tra le labbra. Avanzò di alcuni passi verso il portale centrale d’ingresso, quindi si voltò indietro e con svelta falcata tornò ad avvicinarsi a Mari, quasi a pressarlo.
«Maresciallo, Das alles ist wahr» sibilò stizzito, allungandosi a incombere sull’interlocutore «ho constatato tutto questo, lo riconosco. Eppure le sue parole non mi convincono! Ihre Worte überzeugen mich nicht!»
Mari si irrigidì sull’attenti, lo sguardo vitreo oltre il tedesco, il volto serrato dalla densità dei ragionamenti che si affollavano e scavalcavano in fulminea successione. Rimase in silenzio, così per interminabili istanti. Pilosu avvertì un brivido di ansietà, si sentì confuso come mai gli era accaduto.
«Herr Oberscharführer, Ich wiederhole es Ihnen: zu Ihren Befehl» disse Mari in tono militaresco, lo sguardo ancora teso a un innanzi indefinito «le ripeto: sono ai suoi ordini.»
Tacque e attese che Dollmeyer replicasse o reagisse. Lo osservò percorrere a lunghi passi l’atrio seguendo il disegno geometrico del pavimento marmoreo, un andirivieni inquieto e convulso.
«Herr Oberscharführer, è possibile una ispezione completa della sede» proseguì risoluto, ma deferente «nonostante l’esiguità della sua truppa, possiamo dividerci in due squadre. Il caporale Pilosu le farebbe da guida, quanto a me lei potrebbe assegnarmi due o tre militari dei suoi. I miei finanzieri avranno il cambio domani mattina alle sette.»
«Was meint er damit? Cosa intende dirmi, Maresciallo?» gli gridò lontano Dollmeyer, così adirato da mostrare il turgore bluastro delle giugulari «posso ordinare di avere altri cento militari qui, subito! Sofort!»
Il maresciallo Pilosu, affagottato nella divisa da caporale, e gli altri finanzieri di piantone seguivano il dialogo atterriti, comprendendo poco o nulla delle parole, invero temendo chissà quali conseguenze – arresti, fermi, perquisizioni, torture, rappresaglie, esecuzioni – provocate dall’ira del sottufficiale dello Schutzstaffel.
«Wie Sie glauben, Herr Oberscharführer, come ella crede» Mari immobile rispose con cortesia subalterna «mi permetto di rammentare che in questo grande edificio sono dislocati stabilimenti industriali, l’Officina delle Carte Valori, lo Stabilimento Poligrafico per l’Amministrazione dello Stato e la Libreria di Stato, i relativi uffici amministrativi e direttivi, i magazzini, i depositi, le autorimesse, le mense, gli spogliatoi del personale…»
«Und? Was bedeutet das?» avvicinatosi Dollmeyer lo interruppe minaccioso «e dunque? Vorrebbe credere che non saremmo capaci di perlustrare tutto palmo a palmo? Vuole offendere le forze del Terzo Reich e anche me?»
Mari sorrise, ostinato nella tattica che aveva deciso di perseguire.
«Nein, Herr Oberscharführer» replicò sottovoce, cadenzando le parole «le ho già espresso la mia stima e ammirazione nella sua lingua natia. Mai oserei pronunciare insolenze contro i valorosi camerati germanici, nostri alleati.»
Dollmeyer lo squadrò con un’espressione di stupore, sorpreso da una considerazione che ormai giudicava insolita anche in patria, forse anche nelle proprie riflessioni.
«Maresciallo Biani, Ich höre mir Ihre Vorschläge gerne an» posò la mano sulla spalla dell’italiano «ascolterei volentieri i suoi suggerimenti, poi deciderò.»
«Natürlich, Herr Oberscharführer» Mari impassibile, strinse i denti ed espose la sua idea «rispetto la decisione di dare fiducia a me e ai miei uomini con riserva. Se avessi ricevuto gli stessi ordini, mi sarei comportato esattamente come lei ora: avrei voluto accertare di persona l’assenza di pericoli, rischi, azioni nemiche e quanto potesse compromettere la sicurezza dei luoghi…»
«Sehr gut, machen Sie weiter» il tedesco annuì, le braccia dietro la schiena in un impegno di attenzione «bene, allora continui.»
«Se per ipotesi avessi scarsità di uomini o di mezzi» proseguì Mari «mi affiderei alla sorte e sceglierei a caso dove perquisire, cosa ispezionare, una verifica a campione, o anche più di una, quante possibili per soddisfare l’esigenza di certezza richiesta dai miei superiori. Questo è quanto suggerirei.»
Dollmeyer sedette a cavalcioni sul bancone del controllo degli accessi, una gamba penzolante all’esterno, il volto disteso ad assaporare l’aroma di una sigaretta.
«Und was müssen wir hier tun? Che si fa al dunque?» domandò in tono finalmente disteso.
«Posso mandare il caporale Pilosu scortato da un suo militare agli uffici della Direzione Tecnica per procurare una planimetria del complesso immobiliare» spiegò Mari, suadente e sicuro «poi la esamineremo e lei, Herr Oberscharführer, deciderà dove recarsi a ispezionare, in che ordine, per quanto tempo e con quanti e quali militari.»
Il tedesco alzò gli occhi alla volta dell’atrio, altissima, e espirò il fumo a labbra strette, in un flusso sottile e prolungato. Rimase ancora con il naso all’insù, avvolgendo i suoi pensieri in quella nuvolaglia azzurrognola. Quindi, balzò a terra e si stiracchiò impettito e a gambe larghe.
«Danke, Maresciallo Biani. Vielleicht ein anderes Mal. Volentieri un’altra volta» porse il saluto militare a Mari con la mano tesa alla visiera del cappello, poi con gesto imperioso indicò ai quattro soldati dello Schutzstaffel la via di uscita.
«Heil Hitler!» fu il saluto con il braccio destro alzato e la battuta di tacchi all’uscita. Non ricevette risposta.
Mari fece un cenno discreto a Pilosu e ai finanzieri di rimanere immobili. Seguì con lo sguardo la Volkswagen Kübelwagen allontanarsi su piazza Giuseppe Verdi e poi svoltare in via Gaetano Donizetti.
«Finalmente!» sospirò soddisfatto «conosco il tedesco…»
Il rientro all’officina Graziani in via Savoia e lo scarico delle preziose casse di carta filigranata si svolsero tranquillamente nella stessa modalità del percorso di andata, con l’aggiunta per tutti della soddisfazione per la felice impresa compiuta. A breve sarebbe iniziato il coprifuoco, alle diciannove senza eccezioni, neppure per le chiese di Roma e per il Santo Padre.
Mari s’incamminò solitario e di buon passo per raggiungere in tempo il rifugio segreto, quell’appartamento all’ultimo piano di via Lombardia.
NOTA PER IL LETTORE
Il mio racconto trae ispirazione da una vicenda realmente accaduta a Roma il 12 dicembre 1943 allʼIstituto Poligrafico di piazza Giuseppe Verdi.
I protagonisti di quella azione di resistenza furono i militari della Guardia di Finanza aderenti al F.M.C.R. e alcuni personaggi presenti nella narrazione, sebbene con nomi diversi di fantasia.
Il tema della fame di intere popolazioni, erroneamente trattato come “danno collaterale” in conflitti bellici, mi ha spinto a scriverne: la fame è una tortura continua, un supplizio quotidiano, una offesa alla dignità dell’umano.
Anche a Roma, anche in Italia la fame ha causato sofferenze, drammi e tragedie, piaghe fisiche e morali: ricordiamocene ancora oggi a distanza di soltanto poco più che ottanta anni.

